16 4 / 2012

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13 11 / 2011

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05 - I Mostri - Uncle Ghost - Il delitto di via Puccini (M.Maresca) | Andrea Tozzini

« Al mare con Anna ho inventato un nuovo gioco. L’ho fatta rotolare sulla sabbia, poi ho chiamato due avieri per farle

13 11 / 2011

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I Mostri - Uncle Ghost - Il delitto di via Puccini - LHoBo music dot com«
 Al mare con Anna ho inventato un nuovo gioco. L’ho fatta rotolare sulla sabbia, poi ho chiamato due avieri per farle togliere i granelli dalla pelle con la lingua »

March. Camillo Casati Stampa di Soncino

13 11 / 2011

danielaranieri:

“Un buon comunista non ha subconscio.”

Katharine Hepburn (Vinka Kovelenko), La sottana di ferro, 1956

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03 6 / 2011

Non ruberesti mai un auto

La vera forza sarebbe la pirateria. Guardate windows. Guardare i vostri programmi di lavoro. A loro non interessa che voi ne abbiate acquistato la licenza. Voi, tutti voi, non siete il numero più grande. Il numero più grande è chi ha più denaro di voi, come le aziende. Il loro più grosso interesse è che voi li usiate e che li piratiate, perché così siano le aziende a doverle usare, illudendoci del contrario ma ormai avendo sostituito l’illusione alla realtà. Bisognerebbe fondare una pirateria dell’informazione, reale, come arma contro i nostri nemici. Perché nemici sono coloro che hanno fatto dell’informazione un bene di lusso, lasciando la tecnologia ad un livello di primitivo impiego. Dacché ci fu la radio, i salti verso l’unificazione dell’informazione (stato di un’informazione incorruttibile) hanno seguito un andamento dal periodo sempre inferiore. La tecnologia ha sostituito la pigrizia, che da sempre è un business. E’ risaputo che su internet si trovano tutti i film e tutti i compact disc che si cercano, tranne quelli che nel mondo artistico diciamo reale hanno poca diffusione. Sembrerebbe un meccanismo corretto ma non lo è,  è corretto ma solo nel senso di funzionamento della macchina. La pirabilità delle informazioni, un’educazione non distorta dal business della pigrizia, darebbe diffusione maggiore ad un titolo posto a censura dallo spietato metodo della distribuibilità, piuttosto che a uno comunemente reperibile. Il metodo della distribuibilità è l’assioma della vendita: se il tuo prodotto ha buone previsioni (o buone pre-recensioni) allora lo si distribuisce fino alla capillarità, altrimenti no, a prescindere da quale sia il contenuto - non esiste una commissione artistica non comprata.

29 5 / 2011

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Guidonia, multisala Planet. Visione di Seven Swords, interminabile, tipo 2 ore e un quarto. Dopo i primi 100 minuti, ogni dissolvenza produce sempre più cattiveria, quasi respirabile nell’aria. Alla fine, morto l’eroe o non mi ricordo chi cazzo, ne vengono bruciate le ceneri. Dissolvenza. La gente fa per alzarsi. No, niente, dissolvenza in entrata, sottotitoli che avvertono «adesso Yin Gu e Jin Ti devono portare le ceneri dall’Imperatore». Malumori in sala, qualche malore. Borbottii di puro principio. Horror vacui alla prospettiva del cerimoniale che ci vuole a consegnare delle ceneri di un eroe (!!) all’Imperatore (!!!). Alla fine, i due superstiti cavalcano fino sopra un’altura e le spargono al vento che spira impetuoso. Dietro di me, una voce maschile commenta: «Eh, tutto sto casino, e jaa fatte respirà tutte ar cavallo».


Visione di The Passion al Planet di Guidonia: popcorn, pepsi con cannuccia, tacos con salsa piccante, bambini. Accanto a me, due adolescenti con la catenina d’oro bloccapedali. A un certo punto, sullo schermo compare Giuda che nel lurido anfratto fra le rocce conta i denari della sua sudicia colpa. Improvvisamente, da uno squarcio nel buio compare una orribile faccia di demone. Il ragazzino accanto a me mette una mano sul bracciolo e fa: “Bada aò, ma era de paura!”


Multisala Vis Pathé, centro commerciale Roma est. Il film è Parnassus, con Heath Ledger che è morto durante le riprese e che Terry Gilliam sostituisce via via con Jude Law e Johnny Depp.
Accanto a me, una famiglia completa, nel senso sia qualitativo che quantitativo. Il capofamiglia si produce in acrobatismi impressionanti per la sua mole, andando e tornando dal bar con tonnellate di mangime per i figli e la moglie, che per l’occasione ha messo i sandali gioiello e il profumo più in tema col film che poteva. Il capofamiglia, finalmente seduto, sudato, esausto ma entusiasta, procede per tutti alla lettura dei titoli di testa: «eat ledger. gionni deppe. iu lav, colin farre», come se anche noi oltre ai membri della sua famiglia non sapessimo leggere o, peggio, come li avesse scritti lui e se ne volesse prendere il merito. Poi, infine, una scritta mezza in italiano: «Parnassus: L’uomo che voleva ingannare il diavolo», sottolinea all’inverosimile la parola “ingannare”, e “diavolo” lo pronuncia come per dire “mica stocazzo” Poi si volta verso la moglie e aggiunge «Guarda che te porto a vede’». Dopo 10 minuti, si addormenta, russando fragorosamente. Dopo un po’, la moglie lo sveglia: «Aò, svejate, se ne potemo pure anna’, tanto ‘n’cho capito ‘ncazzo».


Cinema Planet, Guidonia. Visione di The Call di Takashi Miike. Sala gremita di ragazzini, attirati dalla scia dei vari horror commerciali tipo The ring. Nel film, che parla di abusi e autismo, cominciano a morire uno dopo l’altro i componenti di una scolaresca che ricevono una chiamata senza risposta sul cellulare: quelli che rispondono o richiamano spariscono. Un gruppetto di ragazzini dietro di me prende in giro le femmine perché stanno morendo di paura (e il film fa davvero paura perché non si vede manco un ammazzamento): «Aò, a te non te po’ capità, tanto er telefono noo ricarichi manco se t’ammazzano».

Durante il film, compaiono spesso un vaporizzatore per l’asma e una caramella. Per mettere paura alle femmine (e per sedare la propria) i maschi fanno continuamente il rumore dello spruzzino e ogni due minuti chiedono: «Che ‘a vòi ‘na carammella?». Sul finale, la ragazzina protagonista si sta asciugando i capelli nella sua stanza, ed ha come un momento di estrema consapevolezza, come se avesse capito il suo destino e quindi il senso di tutte quelle morti. Si ferma, si guarda nello specchio, sgrana gli occhi, guarda allegoricamente il phon puntato verso di lei come una pistola. Silenzio tra i ragazzini, che non riescono a capire. Dopo qualche istante, catarticamente, uno di loro chiosa: «Sì, mo’ è corpa der fono».


Cinema Tibur, San Lorenzo. Film: Le Crociate, di Ridley Scott. In una scena di battaglia compare in dissolvenza Orlando Bloom che cavalca al ralenty, coi capelli al vento. Commento di uno spettatore: «T’aavevo detto che eravamo venuti a vede’ ‘e frociate».


Cinema Planet, Guidonia. Visione di Good night, and good luck. Dall’inizio del film, una signora in seconda fila si lamenta per una puzza che sente solo lei «Ma che è sta puzza?», chiede al marito, che non sente niente. Si volta, si gira, annusa, cerca conferma dai vicini: «Ma naa sentite sta puzza?». Gli altri spettatori, generalmente un pubblico poco esigente, la ignora. Alla fine del primo tempo, la signora si alza e comincia a ispezionare i sedili, le scarpe dei vicini, le scale accanto alla sua fila di posti. Niente. «Aò, io sento ‘na puzza…». Qualcuno azzarda una spiegazione «Sarà sto firm demmerda». Il film ricomincia, la signora è in piedi, sta cercando di riprendere posto al buio, passando davanti a tutti. Da dietro a me, una voce maschile suggerisce «’A signo’, me sa che si ‘nte metti a séde scenne Giorg Clunei e ce dice aò, io gnaa faccio senza quella che sente ‘a puzza».


Planet, Guidonia. Mulholland Drive. A metà del film, molti spettatori lasciano la sala. Di uno di loro, riesco a carpire l’elaborato giudizio critico: «Ma vaffanculo a te e sti cazzo de firm do nse scopa e nse mena».

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27 5 / 2011

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61. L’ideale dei tre trattati ovvero l’utopia della vita esatta.


In tal modo Moosbrugger era arrivato alla condanna capitale, e doveva soltanto all’autorità del conte Leinsdorf e alla sua simpatia per Ulrich la probabilità che il suo stato mentale venisse ripreso ancora una volta in esame. Ulrich però non aveva allora la minima intenzione di preoccuparsi anche in seguito della sorte di Moosbrugger. La scoraggiante miscela di crudeltà e sofferenza che è la stoffa di tali persone gli era tanto sgradevole quanto la miscela di sbadataggine e minuziosità che distingue i giudizi pronunciati contro di loro. Sapeva benissimo che cosa pensare di lui, considerando obiettivamente il caso, e quali misure si potevano tentare con quegli uomini che non sono adatti né alla prigione né alla libertà, e per i quali anche i manicomi sono insufficienti. Ma sapeva anche che migliaia di altri uomini se ne rendevan conto e dibattevano instancabilmente questioni del genere, volgendole verso i lati che più particolarmente li interessavano, e che lo stato alla fine avrebbe ucciso Moosbrugger, perché in questo stadio di incompiutezza è la cosa più chiara, più sicura e più a buon mercato. Sarà una crudeltà rassegnarvisi, ma anche i veloci mezzi di locomozione fan più vittime che tutte le tigri dell’India, ed evidentemente la mentalità spietata, incosciente e leggera con cui noi lo sopportiamo ci consente d’altronde innegabili successi.
Questa disposizione dell’animo, così occhiuta per ciò che è più vicino e così cieca per le cose nel loro insieme, ha la sua più significativa espressione in un ideale che si potrebbe chiamare l’ideale dell’opera di una vita, consistente in non più di tre trattatelli o monografie. Vi sono attività spirituali in cui non i grossi volumi ma i piccoli saggi possono fare l’orgoglio di un uomo. Se qualcuno ad esempio scoprisse che le pietre in circostanze finora mai osservate son capaci di parlare, gli basterebbero poche pagine per descrivere e spiegare un fatto così sconvolgente. Sui buoni principi invece si possono sempre scrivere nuovi libri, e questo non è soltanto un fatto di erudizione, ma costituisce un metodo per non venir mai in chiaro dei più importanti problemi del vivere. Si potrebbero classificare le attività umane secondo il numero di parole di cui hanno bisogno; più gliene occorrono e più c’è da pensare male del loro carattere. Tutte le cognizioni attraverso cui è passato il genere umano, dalle vesti di pelli fino agli aeroplani, riempirebbero insieme con le loro dimostrazioni allo stato definitivo tutt’al più una bibliotechina portatile; mentre una libreria grande come la terra non basterebbe ad accogliere tutto il resto, senza parlare dell’ampia discussione che è stata condotta non con la penna, ma con la spada e con le catene. Sorge spontaneo il pensiero che noi esercitiamo assai irrazionalmente il nostro mestiere di uomini se non lo pratichiamo secondo il metodo delle scienze, che ci hanno dato un esempio così luminoso.
Tale è stato in verità il clima e la disposizione di un’epoca durata un numero di anni, nemmeno decenni – che Ulrich in parte aveva ancora vissuto. Si pensava a quel tempo – ma questo > è un dato volutamente impreciso; non si può dire chi e quanti pensavano così, però lo si sentiva nell’aria – che forse si sarebbe potuto vivere >. Oggi ci si chiederà che cosa vuol dire. La risposta sarebbe che si può immaginare un’opera di vita consistente, invece che in tre trattati, in tre poesie oppure in tre azioni, nelle quali la personale capacità di rendimento sia spinta al massimo grado. Sarebbe all’incirca come tacere quando non si ha niente da dire; fare soltanto il necessario quando non si hanno compiti speciali da eseguire; e, quest’è la cosa più importante, restare insensibili quando non si ha l’indescrivibile senso di allargare le braccia e di esser sollevati in alto da un’ondata della creazione! Si osserverà che in tal modo si dovrebbe abolire la più gran parte della nostra vita psichica, ma questo non sarebbe poi una perdita tanto deplorevole. La tesi che un gran consumo di sapone dimostri una grande pulizia no è necessariamente valida per la morale, dov’è più giusta la nuova proposizione che una separata smania di lavarsi indica condizioni intime poco pulite. Sarebbe un esperimento interessante quello di limitare all’estremo il consumo di morale (qualunque tipo essa sia) che accompagna ogni nostro operare, e accontentarsi di esser morali solo nei casi eccezionali, quando è consigliabile, ma in tutti gli altri casi considerare il proprio operare come la necessaria standardizzazione di viti e matite, e niente più. E’ vero che allora non succederebbe più molto di buono, ma qualcosa di migliore; non resterebbe nessun talento, ma soltanto il genio; scomparirebbero dal quadro della vita le insipide copie prodotte dalla pallida somiglianza tra le azioni e le virtù, e al loro posto subentrerebbe l’inebriante comunione nella santità. In una parola, di ogni quintale di morale rimarrebbe un milligramma di una essenza che è miracolosamente beatificante anche nella quantità di un milionesimo di grammo.
Si ribatterà che questa è un’utopia. Sì, certo lo è. Utopia ha press’a poco lo stesso significato di possibilità, il fatto che una possibilità non è una realtà vuol dire semplicemente che le circostanze alle quali essa è attualmente legata non glielo permettono, altrimenti sarebbe invece una impossibilità; se la sciogliamo dai suoi legami e lasciamo che si sviluppi, ecco che nasce l’utopia. Si svolge suppergiù lo stesso processo come quando un ricercatore osserva la metamorfosi degli elementi in un fenomeno composto e ne trae le sue conclusioni; l’utopia è l’esperimento in cui si osservano la probabile trasformazione di un elemento e gli effetti che essa produrrebbe in quel complicato fenomeno che chiamiamo vita. Ora, se l’elemento osservato è la stessa esattezza, lo si isola e lo si lascia sviluppare, lo si considera un’abitudine del pensiero e un atteggiamento di vita e si fa in modo che a sua forza esemplare influisca su tutto ciò che tocca, così si arriva a un uomo in cui si forma una paradossale combinazione di esattezza e di indeterminatezza. Egli possiede quella incorruttibile, voluta freddezza che rappresenta il temperamento che coincide con la precisione; ma all’infuori di tale qualità tutto il resto è indefinito. Le stabili condizioni dell’animo, che sono garantite da un’etica, hanno scarso valore per un uomo la cui fantasia tende ai cambiamenti; e soprattutto quando l’esigenza di un massimo ed esattissimo adempimento si traspone dal piano intellettuale a quello delle passioni, si ha, come s’è accennato prima, lo stupefacente risultato che le passioni scompaiono e al loro posto compare qualcosa di simile a un fuoco primigenio di bontà.
Questa è l’utopia dell’esattezza. Non si saprà come un uomo siffatto debba trascorrere le sue giornate, giacché non può librarsi eternamente nell’atto della creazione e avrà sacrificato a una immaginaria conflagrazione il fuocherello domestico di sensazioni limitate. Ma quest’uomo esatto oggi esiste! Come uomo nell’uomo egli vive non solo nel ricercatore, ma anche nel commerciante, nell’organizzatore, nello sportivo, nel tecnico, sia pure soltanto (per adesso) in quelle ore più importanti della giornata che essi chiamano non la loro vita ma la loro professione. Perché l’uomo esatto, che prende tutto con tanta meticolosità e senza pregiudizi, da nulla aborrisce come dall’idea di prendere nello stesso modo se stesso, e non c’è dubbio, ahimè, che considererebbe l’utopia di se stesso come un tentativo immorale ai danni di una persona che ha serie occupazioni a cui attendere.
Perciò Ulrich nella questione se sia bene conformare al gruppo più potente di attività interiori le altre attività oppure no, in altre parole se si possa trovare un senso e uno scopo a ciò che ci avviene o che ci è avvenuto, in tutta la sua vita era sempre rimasto abbastanza solo.

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L’uomo senza qualità - Robert Musil

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21 4 / 2011

"Con ciò Diotima aveva scoperto in sé il male già noto dell’uomo contemporaneo, che si chiama civiltà. E’ uno stato fastidioso, pieno di sapone, di onde senza filo, del presuntuoso linguaggio simbolico delle formule chimiche e matematiche, di economia politica, di ricerca sperimentale, e dell’inidoneità a una semplice ma elevata convivenza umana."

Robert Musil - L’uomo senza qualità

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21 4 / 2011

"Del resto succede così alla maggior parte della gente, quando devono parlare in pubblico; e se qualcuno avesse rimproverato a Sua Signoria di fare in privato ciò che condannava in pubblico, egli con santa convinzione avrebbe bollato quell’accusa come pettegolezzo demagogico di elementi sovversivi che non hanno un’idea della diffusa responsabilità della vita"

Robert Musil - L’uomo senza qualità

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16 4 / 2011

né eguali

Avendo una rosetta e del vino nella tasca del mio stomaco, scrivo, e aspetto la mia principessa azzurra, e viola, generosa come le api, dolce come un letto, elegante come un fiume, profumata come i sogni, femminile come certe zone della Russia, estroversa come la psicologia, trucco senza Ofelia, ottimista come le rivoluzioni, intelligente come la fisica e misteriosa come un’imperatrice.

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